Chiamare uomo scimmia un nostro simile, può suonare come un insulto. Tuttavia per gli animalisti dovrebbe rappresentare un complimento bene accetto, e il Tarzan delle scimmie potrebbe essere acclamato tra i loro eletti patroni.
Sennonché Tarzan, nato nell'ottobre 1912 dalla penna dell'americano Edgar Rice Burroughs sul mensile pulp "The All-Story", visto al cinema non aveva niente dell'uomo della foresta, vale a dire dell'orangutan. Né il suo urlo di richiamo era quello delle scimmie urlatrici, mentre a imitare i ruggiti delle belve ci pensavano i monelli spettatori. A dargli vita sullo schermo era il nuotatore olimpionico Johnny Weissmuller, protagonista nel 1932 in Tarzan, l'uomo scimmia diretto da W.S. Van Dyke, e nelle sue interpretazioni fino al 1948 amico degli animali nel rispetto della natura selvaggia. Quello è il Tarzan vivo nell'immaginario popolare, che si lancia appeso alle liane attraverso la foresta vergine, insieme a Jane sua compagna di casa sugli alberi e a nuoto nel fiumi, ma alla larga dai coccodrilli, e con la scimmia Cita a fare le capriole e i dispetti.
Prima dell'atletico Weissmuller c'erano stati diversi Tarzan nel cinema, a cominciare da Elmo Lincoln nel 1918, che nel periodo del muto non avevano suscitato particolari entusiasmi; né quelli venuti dopo, da Lex Barker a Gordon Scott a colori, avevano fatto di meglio. Personaggio meglio caratterizzato sarà invece nel 1984 il "signore delle scimmie" nel film Greystoke, con Christopher Lambert nobile selvaggio. Una produzione inglese del regista Hugh Hudson, con appigli all'antropologia e al darwinismo, ma che non aveva la forza del mito colto nella sua semplicità. "Io Tarzan, tu Jane", pronunciava l'uomo scimmia, ed era detto tutto.
Difatti l'avventura di Tarzan aveva trionfato con immediatezza, nella serie dei libri di Burroughs e nei racconti cinematografici, ben sostenuta da disegnatori di vaglia nei fumetti. Senza le preoccupazioni di chi vi avrebbe intravisto il superuomo annunciato da Nietzsche, nell'esotismo naïf di un ritorno allo stato di natura, inteso alla Rousseau naturellement. Tutte storie già sentite con Jack London, del resto. Il primo a illustrare Tarzan nelle strips era stato Harold Foster, nel 1929, sostituito nel 1937 da Burne Hogarth, da qualcuno chiamato il "Michelangelo dei fumetti", addirittura. Il quale ci teneva a far sapere in che modo immaginava il suo eroe, "arcaico e venerabile", dalla "personalità carismatica dei grandi visionari, dei profeti, dei messia", benché i discorsi andassero lasciati ai margini rispetto alla raffigurazione disegnata, ch'era ciò che conta. In quanto all'autore del ciclo di romanzi, con i suoi libri di successo Tarzan delle scimmie e Il ritorno di Tarzan, e via narrando in quasi una trentina di volumi, che aveva da dirci?
Niente aveva da dirci in Italia, il romanziere, essendo cadute nell'oblio le rare edizioni Bemporad per la gioventù degli anni '20 e '30, pure ristampate. I film di Tarzan si proiettavano nei cinema parrocchiali, le storie a fumetti nel 1935 erano apparse sul settimanale "L'Audace", e ancora apparivano sul diffuso "Intrepido" negli anni '50. Nel frattempo Johnny Weissmuller aveva cambiato il suo costume, smettendo il perizoma da primitivo per indossare i panni dell'esploratore, negli episodi di Jim della Giungla al cinema e poi in televisione. Ci voleva la curiosità anticonformista dello scrittore Dino Buzzati, nel 1971, per un avviamento alla conoscenza di Edgar Rice Burroughs, con la sua introduzione ai volumi della collana edita da Giunti Bemporad-Marzocco, in cui affermava:
"Gli amici mi danno spesso dello scemo perché mi diverto a leggere certi libri di avventure che di solito leggono soltanto i ragazzi ... Nella pagina scritta Tarzan mi sembra un personaggio più interessante e persuasivo che sullo schermo cinematografico ... L'invenzione fondamentale è felice ... il ritmo narrativo, il taglio del racconto, le sorprese, i colpi di scena, il dosaggio delle tensioni drammatiche, l'alternativa delle gioie e dei dolori, delle speranze e delle delusioni, ancor oggi possono servire di esempio agli specialisti di avventure".
Quindi un maestro di avventure ben calcolate, il creatore di Tarzan, il quale nella vita (1875-1950) aveva fatto il soldato di cavalleria, il cercatore d'oro, il cowboy, l'agente ferroviario, il contabile, il sognatore a occhi aperti. Finché non aveva cominciato a scrivere, però trattando di rapimenti sul pianeta Marte tra extraterrestri mostruosi, con l'alieno John Carter ora giunto sugli schermi per la Walt Disney, prima di addentrarsi nella foresta africana, che lui chiamava impropriamente giungla. Su questa strada andava più sul sicuro dopo le sue fantasie "marziane", in orbita alla Jules Verne e alla H.G. Wells, avendo sul pianeta Terra gli esempi di Rider Haggard fantastico descrittore di regni scomparsi, e soprattutto di Kipling con Il libro della giungla e le storie di Mowgli, il bambino lupo.
Tuttavia, "la mia idea era di rifare una sorta di folklore moderno con l'antico mito di Romolo e Remo", ebbe a dichiarare Burroughs una volta, mettendo i puntini sulle i riguardo la storia e la leggenda. Comunque Tarzan, re della giungla o della foresta, in ogni caso non era figlio della lupa capitolina, bensì di un Lord e di una Lady inglesi, ed era allevato da una scimmia antropomorfa che gli faceva da mamma, in una tribù di gorilla. E come si addice a un re, due città, o meglio due piccole località in California e nel Texas portano il suo nome.
Stefano Ebert
(2012)